Archivio
oggi
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
settembre 2004
luglio 2004
giugno 2004
Contatti
Link
Megachip






 

counter
*loading* visite

 

 



lunedì, 21 febbraio 2005
 

Da quattro anni a questa parte

 

   La situazione è questa: quattro anni fa, circa, un giorno di settembre (pomeriggio, da noi) all’improvviso cominciò a cambiare tutto: si diffuse all’improvviso la notizia che un aereo  aveva abbattuto il World Trade Center in Ammerica; la voce rimbalzò di bocca in bocca…

   Io mi trovavo, in quell’ora, in un luogo neutro , fuori casa, da una conoscente nuovissima, per sapere di una manifestazione che si doveva fare davanti Palazzo Marino, per via delle grandi antenne per i telefonini, che volevano piazzare a pochi metri da asili, scuole, palestre… 

   L’amica da cui mi trovavo aveva il televisore acceso nell’altra stanza: passandovi, ad un certo punto (noi eravamo in cucina a parlare) mi disse di questa cosa che stava accadendo in Ammerica, di cui diceva la televisione, ma noi non andammo a guardare, continuammo il nostro discorso e lei, Anna, mi mostrò i volantini  di rivendicazione che il suo Comitato di Quartiere aveva preparato; anche il mio avrebbe partecipato.. Ci accalorammo. La Tv gracchiava nell’altra stanza ma noi continuammo a parlare; forse, dicemmo solo qualcosa come:” Qui scoppia la guerra mondiale..” o anche “ L’Ammerica si scatenerà”.. Ma ancora non ci avremmo veramente creduto.. Poche battute, insomma, poi ci congedammo, dandoci appuntamento davanti Palazzo Marino. 

   Scesi in strada.  era il crepuscolo, mi guardai intorno con solo una lieve apprensione nel profondo del cuore: la sera era troppo bella e limpida in quel quartiere della vecchia Milano, l’aria di fine estate era tiepida e non sembrava che ci si potesse soffermare troppo su pensieri malinconici…Tuttavia, non potei fare a meno di pensare che forse, quella, era una delle ultime sere di quiete. Prima della tempesta? Sì, forse. E come sarebbe stata la tempesta? La risposta non tardò a venire, come tutti sappiamo: fu un mese dopo, un tempo lungo, dopotutto, dal momento che tutti attendevano la vendetta “subito”, un tempo  ragionevolmente lungo da permettere anche una ingannevole speranza. Ci fu l’Afghanistan. 

  Quella sera, il crepuscolo era straordinariamente limpido in quell’angolo di vecchia Milano che convive con la nuova; io mi diressi verso la fermata del tram e intanto annusai l’aria intorno e le voci e qualcuno diceva:” Hai sentito cosa e’ successo?” Ma, dall’osteria dell’angolo, non usciva la voce del televisore acceso e quasi mi tranquillizzai e arrivai a pensare che, in realtà, non era successo nulla, che era stata una falsa notizia o che non era così grave.. 

 Anche sul tram non si parlava di quella cosa, non ancora: essa stava ancora accadendo e la gente tornava a casa dall’ufficio e molti non sapevano ancora. 

   Fu il giorno dopo che mi vennero i brividi quando - ero di nuovo sul tram  - colsi l’eccitato dialogo tra due distinti signori che si confidavano a vicenda di quante e quante volte avevano guardato lo spettacolo e su quanti e quali canali nazionali e internazionali..CNNCBS BCC SPD….a b c d….. 

   Io, non ho mai voluto vedere e vorrei spiegare..Quella sera di settembre, quando rientrai a casa, non accesi la televisione, né lo feci più tardi, né la mattina dopo, né i giorni né le settimane seguenti. Io, quella sera, ebbi subito la sensazione inquietante strana che Qualcuno “aveva allestito un mostruoso spettacolo planetario” e che noi eravamo “obbligati” a vedere. E mi sottrassi. Per paura? Può darsi, ma di una paura “dilatata nel tempo” per così dire. Se proprio devo dare un nome a quella resistenza dico che io vissi la cosa come una “inquietante scenografia predisposta per una sterminata platea..”

"Certamente! Non è così che si è sempre detto, scusa! Che i terroristi avevano allestito uno spettacolo planetario!?! Allora, dov’è la differenza da quel che dici tu?..” mi dice una vocina

Epperò..Ce lo riproponevano a lungo, ripetutamente, di più ed io sentivo in questo qualcosa di “stonato” (?) E mi sottrassi e continuai a farlo.

(..più facile a provarlo che a dirlo, non sono certa di esserci riuscita)

Sono passati quattro anni, non ho mai guardato una immagine delle Due Torri in fiamme e, in seguito, spesso, anche di altre torri. 
A pensarci bene, è stato nel 1991 che, dopo aver visto sullo schermo tv, per sere di seguito, i traccianti luminosi nel cielo di Baghdad, ho cominciato a capire qualcosina e a non voler “vedere”. 

   Sono passati quattro anni: adesso, non ce li mostrano i traccianti sul cielo di Falluja o di Ramadi o di Baghdad e ci sono molti “sconsigli” a voler vedere, ce ne sono di freschi di giornata e in gestazione. Tutto per il nostro bene, naturalmente..

Germana Pisa

21 febbraio 2005 /15 aprile 2005

 CONVEGNO MILANO

I giornalisti sono chiamati ad una nuova presa di responsabilità e a una stagione di dura lotta per la difesa dei diritti e della dignità professionale, anche in vista del prossimo rinnovo contrattuale.

Se ne è parlato a Milano il 16 febbraio scorso, all'Assemblea nazionale dei giornalisti della stampa periodica, indetta dal neonato Coordinamento nazionale di settore formatosi all'interno della Federazione Nazionale della Stampa.  Caratteristica del convegno è che non erano presenti solo le forze sindacali, ma altre entità: dal mondo della pubblicità a quello dell'università a quello dei consumatori, per costruire una visione del problema da vari punti di vista. Il problema è che i periodici non funzionano più e i giornalisti sono oggetto di un attacco senza frontiere da parte degli editori che aprono e chiudono testate come fossero finestre.

I casi sono molti, come si sa: dalla questione Edit alla RCS, per citarne solo due. Poi il fatto più recente e sconcertante: 4 testate chiuse senza preavviso e 21 colleghi in cassa integrazione, buttati improvvisamente sul lastrico dalla Hachette-Rusconi, dopo il diktat venuto dalla Francia da parte del grande gruppo Lagardère Filipacchi. Guai di pubblicità? Da un'indagine svolta dal centro studi della CISL si registra il 38% in più dell'anno scorso di aziende in crisi, e una perdita, da parte dei periodici, di 570 milioni di euro di pubblicità. Mediaset da sola fattura più di tutto il resto del settore. Alle difficoltà della pubblicità si aggiungono anche quelli della diffusione e, dal canto loro, le aziende fanno fronte a questi problemi solamente con i tagli al costo del lavoro e all'utilizzo improrio della flessibilità. Il nostro sistema di tutela è diventato insufficiente perché il mercato del lavoro è cambiato. Ecco quindi il proliferare di società di comodo, dell'abusivato, del lavoro nero, del falso inquadramento come lavoratore autonomo. Certi editori che sognavano di fare i giornali senza giornalisti si sono finalmente scontrati con la realtà, ma rimaniamo ad assistere impotenti a una profonda crisi di idee e di intelligenza imprenditoriale, le cui spese più salate le fanno i lavoratori. Certi ammortizzatori sociali non sono più attendibili, e nasce forte l'esigenza di una sostanziale modifica alla legge 416. Ecco che i giornalisti, che ancora oggi, nonostante tutto, si ostinano a sentirsi una categoria privilegiata, di fatto sono meno tutelati dei metalmeccanici, e devono decidersi ad affilare le armi della consapevolezza per una battaglia molto difficile, cha ha per posta la stessa sopravvivenza della professione.

L'improvvida legge Biagi riguarda infatti anche i giornalisti, e, trasformando il contratto a termine da eccezione a regola, ha introdotto l¹istituto dell' "affitto di persone", che in precedenza era vietato nell'ordinamento contrattuale; non solo, ha coniato termini inquietanti come "somministrazione" e "distacco", che prima si riferivano solo alle merci, intendendo il primo l'affitto del lavoratore anche a tempo indeterminato e il secondo la possibilità che un'azienda obblighi il dipendente a prestare la propria opera per un'altra azienda. Ricordiamo, a questo proposito che i "service" non sono altro che contratti di appalto. Nello scenario da autentico supermarket di contratti di lavoro, quelli atipici sono diventati la norma e fra questi le aziende possono scegliere a piacimento.

Per opporre una qualche resistenza al disastro, una strada percorribile è quella di rafforzare il sindacato perché possa apporre nuovi paletti: ciò che la legge ha tolto può essere ripristinato con la contrattazione. A sentire gli esperti di pubblicità, il 2004 è stato l'anno migliore fra gli ultimi quattro. Le previsioni degli investimenti sui media vedono il mercato crescere di circa il 2,4%, tenendo conto che il 2005 si annuncia senza eventi mediatici particolari, anche se i pianificatori prevedono ancora un anno difficile, tanto che Mediaset e Sipra manterranno i listini invariati. È ormai accertato che rispetto a qualche tempo fa oggi ci vogliono dieci spot per far arrivare un certo messaggio, eppure molti investitori vedono ancora nella Tv un mezzo per contattare rapidamente lo spettatore. Un'altra legge, la Gasparri, non fa che devastare ulteriormente il terreno: l'avvento del digitale ha diversificato le offerte, ma non ci vuole un esperto per considerare che se i canali si sono moltiplicati, il numero degli investitori non è detto che cresca in proporzione; è naturale che questi ultimi si orientino verso spazi meno sovraffollati: c'è quindi motivo di sperare che le aziende comincino a manifestare interesse e volontà di investire nella stampa periodica.

La diffusione attualmente perde di più della pubblicità, ma per adesso a questo aspetto non sembra si dia il giusto peso, eppure gli investitori lamentano i dati gonfiati, la sudditanza rispetto alla TV e un approccio arcaico al problema da parte degli editori. Se ci si permette una parafrasi, la pubblicità è come l'aria, ma i contenuti sono come l'acqua, e se con la prima non si può sopravvivere, con la seconda non lo si può fare a lungo. Rimane solo spazio per l'innovazione e per la fidelizzazione del lettore, ma lo strapotere della pubblicità ha portato a un decadimento della qualità del prodotto, nei periodici si contano molti casi di pubblicità occulta e di "addomesticamento" delle notizie scomode, d'altra parte le cattive abitudini della pubblicità televisiva, come ad esempio la violazione grossolana delle regole, si sono riversate anche nel mondo della carta stampata, e il consumatore comincia a chiedere conto di questo.

Non va dimenticato che la stampa nel nostro Paese sconta l'alto tasso di incompetenza linguistica degli abitanti, (il 34% rispetto all'8% degli Svedesi), e che la richiesta di servizi ormai trova risposte su internet. Per pensare di contrastare questa serie di problemi, oltre alla costante ricerca della qualità, gli unici strumenti sembrano essere due: lil primo è la crescita della consapevolezza delle persone, che a sua volta può rafforzare la difesa dei valori di base e aiutare il sindacato; il secondo è la leva dell'antitrust. Visti i tempi, non è certo un caso questo attacco alla professione giornalistica, alla stregua di altri corpi sociali come la magistratura e l'università, che, guarda caso, garantiscono la democrazia.

Paola Biondi

postato da megachiplombardia | 21:05 | commenti (1)



domenica, 13 febbraio 2005
 

MUTLA RIDGE
(Storia di un fatto, storia di una notizia)

" Il "Providence Journal", quotidiano della capitale del Rhode Island, il piu’ piccolo Stato degli USA, aveva compiuto un notevole sforzo economico, agli inizi del 1991, per spedire un suo inviato in Arabia a raccontare la Guerra del Golfo. La spesa, fino a quel momento, non era stata granchè ripagata dai reportage, sostanzialmente identici a tutti quelli spediti dalla base di Dhahran dai giornalisti europei e americani. La scena dell’informazione – constatavano amaramente al "Providence" – era stata interamente occupata, maledizione, dalla TV con le sue sceneggiate ("Arriva lo Scud?" ; "Quando arriva vi chiedo la linea") e da quel furbone di Peter Arnett da Baghdad."

" Randall Richard, l’inviato del "Providence Journal", decise di giocare la sua carta alla vigilia della cosiddetta "guerra terrestre", cioè dell’attacco finale delle forze della coalizione, dopo trentacinque giorni di massicci bombardamenti, contro le truppe di Saddam Hussein asserragliate nelle trincee del deserto. Chiese perciò (e ottenne) di essere preso a bordo della portaerei "Usa Ranger", in rotta nel Golfo Persico. La sua segreta speranza era che, come si mormorava nelle lunghe ore di attesa attorno alla piscina dell’albergo di Dhahran, il promesso "attacco di terra" fosse in realtà uno sbarco da parte dei marines: allora sì che, dopo mesi di inerzia passati a leggere e copiare, per poi ammannirli ai lettori del Rhode Island, i dispacci del ristretto pool di giornalisti selezionati dal Pentagono per brevi visite al fronte, avrebbe potuto descrivere di persona l’opera di veri soldati, l’azione di vere armi, insomma, una vera guerra."

" Nel pomeriggio e nella serata di martedì 26 febbraio accadde a bordo della "Usa Ranger" qualcosa di stupefacente, e che l’inviato ritenne in dovere di segnalare trasmettendo il pezzo per telex al "Providence". Gli aerei da bombardamento, gli "Harnet", decollavano dal ponte della portaerei ad un ritmo frenetico, carichi di ordigni gravitazionali e incendiari, e rientravano leggeri, dopo aver sganciato il loro carico nel deserto, per ripartire di nuovo dopo aver fatto il pieno di carburante e di bombe. La baraonda era totale. Scrisse Randall Richard nel suo dispaccio:"Gli attacchi aerei contro le truppe irakene in ritirata dal Kuwait sono stati così febbrili oggi, che i piloti hanno dichiarato che prendevano a bordo le prime bombe che trovavano, quelle più vicine al ponte di decollo."

" Mentre dagli altoparlanti scendevano le note del motivo "Lone Ranger", gli avieri operavano a ritmi da record, in un clima di generale confusione ed esaltazione. "Trascuravano spesso le bombe più adatte alle loro missioni, quelle "Rockeye" a frammentazione da duemila libbre, perché il montaggio sotto la carlinga richiedeva troppo tempo."

" In quelle ore, tutti i giornali e le TV del mondo erano impegnati a descrivere come una "passeggiata multicolore", presumibilmente poco sanguinosa, l’offensiva di terra contro gli iracheni in rotta. Le informazioni che filtravano,in assenza di testimoni diretti, (giornalisti o telecamere) erano quelle provenienti, come al solito, dal quartiere generale di Schwarzkopf. L’opinione pubblica ignorava, persino, che poco dopo la mezzanotte del 26 febbraio il ministro degli Esteri irakeno, Tarek Aziz, aveva bussato al portone dell’ambasciata sovietica a Baghdad, chiedendo di trasmettere, via Mosca, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (le comunicazioni dirette tra Baghdad e New Yor erano impossibili) la decisione irakena del ritiro incondizionato e immediato dal Kuwait illegittimamente invaso, occupato e saccheggiato sette mesi prima."

" Mai l’informazione dal fronte era stata così rigidamente controllata. Eppure il dispaccio di Randall Richard da una portaerei sfuggì, imprevedibilmente, a ogni tipo di controllo, e fu pubblicato regolarmente il giorno dopo sul semisconosciuto quotidiano di Providence, Rhode Island. Sarà ricordato come l’unica testimonianza scritta e diretta di ciò che di terribile avvenne quel giorno nei cieli e nel deserto del Golfo."

Un ingorgo sulla collina

" Piloti e soldati statunitensi lo chiamarono poi "Turkey shoot", caccia al tacchino in fuga. In rotta verso il nord, alcue migliaia di veicoli, certamente più di duemila, avevano abbandonato la troppa esposta autostrada a otto corsie Kuwait City-Bassora e si erano ammassati lungo la vecchia strada Jahra-Umms Qasr. Secondo i frammenti di racconto fatti dagli accaldati piloti dei caccia-bombardieri Hornet all’inviato del "Providence", laggiù s’era creato "un ingorgo pazzesco" di auto, camion, jeep, vecchie carcasse d’autobus, ambulanze, blindati e carri armati straboccanti di civili e militari e usati come mezzo di fuga. Scappavano i soldati che avevano occupato e devastato Kuwait City, scappavano i funzionari spediti da Saddam con le loro famiglie, scappavano i palestinesi che temevano la rappresaglia per collaborazionismo, scappavano migliaia di asiatici- indiani, pakistani, cingalesi – emigrati in Kuwait e timorosi del futuro. "E’ uno spettacolo, paraurti contro paraurti , sull’asfalto e ai lati dell’asfalto, sembra l’autostrada di Daytona Beach durante le vacanze di Pasqua."

Secondo le ricostruzioni fatte molti mesi dopo dalla rivista statunitense "Command", la colonna fu bloccata con un attacco dal cielo ai piedi della collinetta di Mutla Ridge: gli A-10 decapitarono la testa e la coda del convoglio con bombe incendiarie al fosforo. Sull’infernale ingorgo che ne derivò, mentre la gente come impazzita scappava dagli autobus, dalle auto, dai camion, si lanciarono i caccia-bombardieri che il fortunato giornalista Randall Richard aveva vist odecollare a ritmo febbrile dalla "Usa Ranger". Secondo la descrizione di un pilota "era come quando ti alzi la notte e accendi la luce in cucina.. Correvano dappertutto come scarafaggi e noi li stavamo ammazzando."

" Mentre tutto ciò accadeva, le tv di tutto il mondo, sintonizzate su quella che era stata definita la prima "guerra in diretta", trasmettevano immagini strazianti ma rassicuranti di soldati irakeni che si arrendevano uscendo in fila, a mani alzate, dai loro rifugi (quelle drammatiche scene, si seppe poi, furono girate più e più volte, per consentire alle varie truppe televisive di riprenderle, così come due capi di Stato si stringono la mano a lungo sotto il lampo dei flaches, o una squadra si mette in posa ripetutamente prima della partita). David Martin informava in diretta dal Pentagono che "la madre di tutte le battaglie si era trsformata in una madre di tutte le rese."

" Dan Rather, il popolare anchorman del network statunitense Cbs, aveva – secondo il New York Times – "gli "occhi umidi" mentre elogiava "lo spirito indomito, il valore dei fanti e il fegato dei marines" La guerra andò in onda, in quelle ore, in una posizione privilegiata: l’intervallo dei play-off del torneo di basket dei college. Dan Rather ebbe così modo di esclamare che "l’azione di contropiede degli alleati è veloce, e sta andando a gonfie vele" mentre Tom Brokaw della concorrente Nbc, anch’egli spuntando nell’intervallo, illustrava il "rapido gioco di squadra delle forze alleate"."

" Non un dispaccio d’agenzia, non un reportage giornalistico, non un servizio televisivo ebbero modo di informare su quello che più tardi –allentatasi la morsa della censura e dell’autocensura , mentre il corrispondente a New York del Tg3, Lucio Manisco, trasmetteva le prime notizie - ..un giornalista dell’ "Observer" definì "il più terribile attacco aereo contro un esercito in ritirata della storia di tutte le guerre."

Nella memoria del mondo

" Varrà la pena di esaminare a parte, e più dettagliatamente, i meccanismi dell’infernale congegno informativo che impedì in quei mesi al mondo di conoscere sugli avvenimenti del Golfo, svoltisi apparentemente sotto gli occhi di un paio di migliaia di reporter di ogni Paese e di centinaia di troupe televisive, qualcosa di più che non sulle guerre tra Sparta e Atene. Tuttavia, finito il conflitto, reportage, studi e ricerche si sforzarono lodevolmente di recuperare frammenti di verità. Tornato in patria, il giornalista britannico Steven Staker raccontò: " Ciò che ho visto su quella strada è una scena di devastazione assolutamente terrificante…Durante l’attacco migliaia e migliaia di veicoli sono stati semplicemente annientati. Ho visto cadaveri accatastati a mo’ di pila.."

"Un giornalista italiano, Tony Fontana, raggiunse l’apocalittico cimitero della collinetta di Mutla Ridge quando "i bulldozer avevano appena finito di far piazza pulita e avevano ricavato una stretta pista tra due ali di lamiere senza forma". Tra le auto rovesciate "c’era di tutto, dai reggiseni ai libri della biblioteca nazionale kuwaitiana, agli stereo, alle scatolette di formaggio danese". L’osservatore raccontò poi di essere rimasto colpito dal fatto che "tra i rottami, apparentemente, non c’erano cadaveri". La maggior parte delle vittime del massacro, migliaia, "erano state seppellite con i bulldozer probabilmente lì intorno". E tuttavia era sorprendente che nei bus bombardati "i vetri erano intatti" mentre "sulle carogne degli animali non vi erano tracce di sangue, né ferite, né lacerazioni". Il giornalista, facendo riferimento a numerose altre testimonianze, espresse la convinzione che fossero state usate "nel corso del bombardamento a tappeto, le terrificanti " bom be aerosol" che esplodendo bruciano l’ossigeno in un’area di parecchi chilometri e lo risucchiano dai polmoni di coloro che sono sopravvissuti alle fiamme e all’onda d’urto. Gli ordigni Fae (Fuel aer explosive), armi convenzionali simili, per effetto, a quelle atomiche, erano state sicuramente usate nel periodo della "disinfestazione" del deserto. Non si seppe mai se fossero state sganciate sull’ingorgo di Muttla Ridge."

" Non si seppe, anche perché l’informazione sul massacro arrivò tardi e in modo incompleto, quando ormai i riflettori internazionali si erano spostati sulla sanguinosa repressione, in Irak, della rivolta dei curdi. Nella memoria del mondo restò una sola, famosa immagine di Muttla Ridge, quella –ricordate? – di uno sterminato ammasso di ferraglie inamidate nel deserto. Solo qualche corpo, sola qualche goccia di sangue, solo qualche traccia di presenza umana in quelle foto e in quelle immagini televisive che sembravano richiamare, più che l’incubo e lo sterminio della guerra, l’oltraggio ambientale degli sfasciacarrozze e dei cimiteri d’auto usate."

" Quante erano state le vittime, lungo la strada tra Kuwait City e Bassora, trenta ore prima della cessazione definitiva della guerra? Secondo alcuni calcoli, non meno di ventimila. Ventimila esseri umani in carne ed ossa, di cui c’è traccia in qualche ricerca di specialisti, ma non nella coscienza dei miliardi di cittadini del pianeta che hanno vissuto ora per ora, attraverso i giornali o "in diretta" sugli schermi tv, la guerra del Golfo."

" Chissà che cosa pensò, al suo ritorno nel Rhode Island, il buon Randall Richard, che aveva sorpreso e raccontato la febbrile attività di preparazione dei caccia bombardieri e del loro micidiale carico di bombe, per una strage che i bollettini di guerra (e la coscienza dei popoli) considerarono mai accaduta."

" In defintiva: come avvenne che nelle fosse comuni di Timisoara, nel 1989, ** fossero sepolti oltre quattromila cadaveri in realtà mai esistiti? E come potè accadere due anni dopo, nel deserto d’Arabia, che ventimila corpi fossero sotterrati nelle fosse comuni, senza che un massacro fosse avvenuto, o almeno senza che di esso fosse stata data notizia al mondo civilizzato?"

" Se l’informazione sulla realtà non è la realtà, ci si potrebbe chiedere cosè la realtà. Oppure, lasciando questo complesso compito alla metafisica, si potrebbe almeno provare a capire cosa è, realmente, l’informazione.."

----

Da: "Sotto la notizia niente" di Claudio Fracassi – saggio sull’informazione planetaria – Libera Informazione Editrice, Roma – prima edizione novembre 1994

----

** nella prima parte del capitolo, l’Autore narra dei giorni della rivolta di Timisoara, nel dicembre 1989, e della notizia secondo cui migliaia di cittadini erano stati uccisi dalla repressione di Ceausescu e sepolti in fosse comuni. La tv e i media mostrarono anche al mondo corpi di donne, uomini, bambini squartati, che si rivelarono poi essere corpi prelevati per essere fotografati dal "cimitero dei poveri": erano corpi di vagabondi morti di morte naturale e che avevano subito autopsia. Allo stesso modo, l’immane massacro di migliaia di cittadini uccisi non era avvenuto …Un anno dopo quegli eventi, un trafiletto sul Corriere della Sera (per quanto riguarda l’Italia; in altri paesi ci furono servizi più ampi e ci fu, specie in Francia, una severa autocritica da parte degli operatori dell’informazione)) riportava la corretta versione dei fatti, la smentita di quegli eventi cosi’ come erano stati raccontati al mondo nelle convulse ore che precedettero la caduta di Ceausesc u

Ma nella "memoria del mondo" - dice Fracassi - rimasero "quei" fatti e non la smentita.

L’immagine di una pipa non è una pipa (Magritte)

(proposto da germana pisa - 7 febbraio 05)

postato da megachiplombardia | 20:21 | commenti



mercoledì, 02 febbraio 2005
 

Non cambio idea

 

In Irak, ci dicono, ha votato il 60 o il 75% della popolazione.

Non voglio entrare nel merito di una discussione sulla attendibilità di questi dati o sulla qualità democratica di un voto espresso conoscendo candidati e liste solo poche ore  prima della apertura dei seggi. Credo che sia del tutto inutile porsi domande sulla segretezza di un voto espresso, come hanno riferito i commentatori televisivi, in crocchi e capanelli o di un sistema di certificazione basato su una macchia di inchiostro sul dito indice della mano destra.

Penso che sia del tutto inutile chiedersi se vi fossero scrutatori, presidenti di seggio e garanti internazionali o se la conta dei voti stia avvenendo con tutte le garanzie di trasparenza e legalità.

Penso che non serva a niente porsi queste domande, dato che gli Iracheni hanno votato sotto le bombe e gli attentati, bloccati nelle case dal coprifuoco, occupati militarmente da centinaia di migliaia di super tecnologici soldati stranieri.

Non mi interessa dubitare delle cifre, perché anche se alle urne fossero andati il 50 o il 40 o il 30% dei cittadini di quel paese devastato, sono convinto che quel gesto di recarsi alle urne di milioni di persone, minacciate di morte, perquisite, impedite nel libero scambio delle idee sia stato,comunque, un grande atto di coraggio , una profonda e vasta manifestazione politica.

 

Debbo quindi cambiare idea? Debbo pensare, come molti stanno facendo in queste ore, che abbiamo sbagliato a pensare che la guerra fosse un crimine, che Bush, Blair, Berlusconi, avessero ragione?

“Ecco” dicono gli apologeti della guerra provvidenziale  “Vedete? Non importa se avessero armi di distruzione di massa, non importa se fossero o meno coinvolti nell’attentato dell’11 settembre. Abbiamo mentito, mistificato, raso al suolo un paese ma non facciamo piagnistei su centinaia di migliaia di morti, non creiamoci sterili sensi di colpa sulle torture di Abu Graib e sugli orrori di Guantanamo. Gli Iracheni hanno votato, la democrazia può, anzi deve, essere esportata. La lotta al male esige i suoi tributi”

 

Tuttavia le maglie della propaganda e della informazione a senso unico hanno delle falle. Tra le scarne immagini che tentavano di fornirci il senso di un normale e civile confronto elettorale (  Ma dove erano le code di milioni di persone ai seggi, dove la ressa, dove i comizi, i dibattiti, la passione del confronto? ) il volto di un giovane: “Voto, perché così gli americani se ne andranno”.

Io credo che dicendo “americani” intendesse anche Italiani, Polacchi, Inglesi e tutti gli altri giganteschi alieni in tuta mimetica, e i loro elicotteri, aerei,  mezzi blindati. Io credo che quel giovane volesse dire “voto perché cessino le incursioni notturne, i bombardamenti le torture e i massacri”.

La propaganda non può fermare le riflessioni. Non lo abbiamo sentito né lo abbiamo visto, ma certamente in molti si sono recati al voto perché stanchi di attentati, rapimenti e decapitazioni. Di violenza cieca e di fanatismo religioso che non sono i mali che l’aggressione americana voleva eliminare, bensì la sua diretta conseguenza.

Indipendentemente dalle semplificazioni propagandistiche dobbiamo certamente pensare che in quel voto si esprima la frammentazione di un paese dilaniato dal trauma di una guerra subita e che al suo interno si collochino i desideri di rivincita di etnie, i calcoli di potere di gruppi di pressione, la ricerca di spazi di “signori della guerra” che sono sorti e prosperano all’ombra dei bombardieri e accanto alle basi fortificate dei “liberatori”. Purtroppo sono convinto che questo voto, finché lì vi saranno occupanti e carcerieri stranieri, non porrà fine alla violenza.

Oggi, mentre scrivo, leggo che una rivolta in un carcere di massima sicurezza, “Campo Bucca”, nel sud dell’Irak è stata soffocata nel sangue. Gli americani hanno ucciso quattro detenuti. La teoretica civiltà del voto imposta con il sangue non ferma la strage e, questa volta, a uccidere i prigionieri non sono carcerieri islamici, bensì i nuovi templari della democrazia.

 

Non cambio idea. Avvolto nel tepore della mia sicurezza occidentale non ho il diritto di giudicare le azioni di un popolo aggredito e quotidianamente violentato, ma accolgo con gratitudine la scelta di andare a votare del popolo iracheno, perché ci lascia intravedere, nella vasta complessità della tragedia che abbiamo provocato,  una strada diversa rispetto alle decapitazioni, i sequestri, i kamikaze, il predicare dei fanatismi religiosi.

Non ricavo, da questo voto, la convinzione che abbiamo fatto, comunque, bene a distruggere un paese, bensì la conferma che dobbiamo andarcene, portare via i nostri soldati e chiedere con sempre maggior forza che subito se ne vadano dall’Irak tutti i soldati stranieri.

Questa guerra resta un’infamia e nessun atto di coraggio di un popolo inerme potrà darle dignità e onore.  

Annibale Pepe

2 febbraio 2005 

postato da megachiplombardia | 20:15 | commenti (2)


 

CE LA SI PUO’ FARE

Ce la possiamo fare! Questo è il messaggio lanciato da Riccardo Sarfatti, a Milano, nella serata alla Casa della Cultura, la sera del 31 gennaio. Ce la possiamo fare a vincere la contesa per la Regione Lombardia, il prossimo 4 aprile ! I sondaggi consentono un primo ottimismo segnalando un notevole avvicinamento delle posizioni : 4 punti e mezzo di distacco dal candidato Formigoni costituiscono un notevole balzo in avanti rispetto alla partenza.

Quei quatro punti sono certamente importanti e indicativi come altrettanto importante, se non di più mi è sembrata, ieri, la intensa partecipazione di un pubblico che si è interrogato ed interrogava sul destino e le prospettive della  Regione e di Milano, dopo 10 anni di provvedimenti e leggi del GovernatoRe Formigoni. Ho anche sentito più d’uno esprimere l’intenzione di collaborare alla campagna del candidato di Centro Sinistra.

Il tema dell’ambiente e – legato ad esso – quello dei trasporti e della viabilità - è stato quello affrontato per primo da Mario Agostinelli, (con Carlo Monguzzi affianca Sarfatti).. che ha introdotto la serata parlando prima che il Candidato ci raggiungesse al ritorno da un viaggio elettorale a Sondrio. Ma è stato anche quello in assoluto piu sollecitato dal pubblico e con il massimo allarme. Lo stesso Sarfatti, poi, ha ripreso ed approfondito quel tema, e, per la soluzione dei problemi legati ad esso, ha fatto molte proposte, anche sollecitato in questo da molte domande , segnalazioni , proteste anche colorite (penso all’anziano battagliero signore che invitava con un vero comizio alla mobilitazione popolare contro l’incremento dell’inceneritore nella sua zona..)…e istanze dalla platea.

Ribadendo:sicuramente quello dell’Ambiente è stato il tema più sentito e per il quale sono stati lanciati i maggiori allarmi e profusi i migliori propositi.

La Regione di Formigoni ha respinto il protocollo di Kioto e, ben lungi dall’ottemperare alle disposizioni che vogliono una diminuzione delle emissioni inquinanti entro i primo decennio di questo secolo, ha detto a chiare lettere che esse saranno lasciate aumentare del 15 per cento nel corso del 2006. Come può dichiarare questo, l’ amministrazione di Formigoni? Può farlo, aderendo nella maniera peggiore e "comoda" a quel compromesso che, al penultimo Summit dell’Ambiente, nel 2003 a Milano, stabilì che una nazione avrebbe potuto fare il "commercio delle emisioni":questo meccanismo, frutto di estenuanti compromessi, e sdoganato definitivamente in occasione del Cop 9 , a Milano appunto, è stato caldeggiato intensamente anche da parte del nostro Governo in quella occasione attraverso il contributo del suo rappresentante, l’ineffabile Ministro dell’Ambiente Matteoli . Secondo quel meccanismo di "quote" si possono "vendere" le proprie "quote di inquinamento" o acquist arle… Abbiamo appreso, ieri, che Formigoni "si lava la coscienza costruendo un po’ di pozzi in Africa ed affidando queste realizzazioni alla Compagnia delle Opere"…continuando così,, in virtù di quel meccanismo un po’ ipocrita un po’ perverso delle quote.. applicato alla svelta e senza scrupoli, ad inquinare da noi in crescendo, di pari passo con la costruzione di pozzi in Africa…Non era l’unica via, certamente!
Le disposizioni di Kioto invitavano a considerar quella del commercio di emissioni una extrema ratio non a privilegiarla..sta di fatto che questo escamotage solletica le già prevalenti tentazioni di deregulation di certi personaggi!

E’ in gioco il nostro futuro, quello della Regione Lombardia certamente, ma non solo e si tenga conto poi che, di fatto, il GovernatoRe , con le sue politiche negli ambiti piu sensibili, ha anticipato prese di posizione nazionali.

Abbiamo appreso che il GovernatoRe Formigoni si sta preparando ad annullare, per legge, qualsiasi vincolo legato alla sostenibilità ambientale: di fatto, se il suo proposito andrà avanti, ed è già a buon punto, ogni controllo sull’ambiente come sull’edificabilità e sulla tutela del territorio in generale non sara più possibile.

Un altro settore in cui il GovernatoRe sta cercando di legiferare è quello della cosiddetta "sussidiarietà’ ", incrementado la quale, si avrà lo smantellamento dello Stato Sociale .

Su questi ultimi due provvedimenti di legge Agostinelli ha lanciato il massimo allarme e sollecitato la massima consapevolezza della posta in gioco.

Formigoni ha già redatto il suo "listino", come a dire: vedete, ci sono io e basto! E’ chiaro che vuole lanciare il solito messaggio di "efficienza lombarda" utilizzando a larghe mani la sua Agenzia di pubbliche relazioni .. E’ la stessa efficienza che lo ha portato a varare le note leggi a favore della Sanità e della Suola private nonchè della edificabilità facile nei Parchi Regionali protetti, dei quali ha ridotto ulteriormente l’ampiezza. Un’altra "perla" del suo governo è consistita, l’anno passato, nel consentire la caccia ad alcune specie protette, dopo avere allargato a dismisura il periodo consentito per la caccia stessa.

-------

Di tutto questo profluvio di provvedimenti, cosa sa il vasto pubblico? Bisogna pur chiederselo..E Daniele Nozzoli di MC Lombardia se lo è chiesto e lo ha chiesto a Sarfatti. Cosa può fare la Regione per garantire la correttezza della informazione pubblica, l’accesso alla notizia, la partecipazione democratica della opinione pubblica correttamente informata, in un panorama desolante in cui i TG mazionali e locali mostrano teatrini insignificanti e fuorvianti quando non nascondono del tutto? Può la Regione, in forza delle prerogative che lo Statuto riconosce, favorire la libera informazione... o il nostro futuro sarà affidato sempre più alla Agenzia di Comunicazione pubblica del GovernatoRe di turno? Si’, la Regione  può fare e favorire, in forza dell’art. n.3 nonchè del n.54 dello Statuto .

Personalmente credo che Sarfatti ce la possa fare e credo che molti accoglieranno il suo appello a sostenere la campagna elettorale . Il suo sito è aperto alla accettazione della disponibilità di chi vorrà collaborare, nel modo che riterrà..Credo che Sarfatti ce la possa fare perchè non e’affatto detto che le numerose prove di "efficienza lombarda" del suo concorrente, agitate a mo’ di muleta sotto il naso dell’opinione pubblica non ottengano il risultato opposto..che il toro- pubblico insomma non si ecciti al punto giusto.. Dopotutto quei quattro punti e mezzo non sono insormontabili e segnalano indubbiamente una propensione al cambiamento…

Infine: ritengo che Riccardo Sarfatti sia affiancato da due persone di grande valore: Mario Agostinelli e Carlo Monguzzi e che questo gli sarà di supporto non indifferente.

Germana Pisa

1 febbraio 2005

postato da megachiplombardia | 20:11 | commenti (2)